La psicoterapia cognitivo-comportamentale si sviluppa negli Stati Uniti nella seconda metà del XX secolo. Non nasce come orientamento teorico a se stante, ma come approccio eterogeneo che ha fatto propri concetti provenienti da metodi diversi, così come testimonia il suo nome composto:

Per fare un esempio, durante una seduta, il paziente può pensare fra sé e sé: “La dottoressa TaldeiTali non parla molto, oggi”. Come spesso succede, proseguirà avanzando una o più ipotesi: “Probabilmente è stanca, so che insegna all’Università ed è periodo di esami”; “Potrebbe essere irritata con me” oppure “Mi sa che sta aspettando che affronti il vero problema, invece che girarci attorno”. È evidente che la sua reazione e il suo umore saranno comprensibilmente molto diversi a seconda dell’ipotesi che formulerà, e tutto questo probabilmente senza esserne del tutto consapevole.

Beck realizzò che gli esseri umani tendono a sperimentare molto frequentemente pensieri molto rapidi e ad alta valenza emotiva, che appaiono alla mente come i messaggi subliminali nelle pubblicità televisive: il cervello li coglie, ne viene influenzato, ma non se ne accorge. Diede a questo fenomeno il nome di “Pensieri Automatici” e realizzò che sono responsabili della forte influenza giocata dal pensiero sulle emozioni (sono infatti i pensieri, i giudizi e in generale le nostre attività cognitive a scatenare le emozioni: non basta che io veda una tigre a pochi passi da me per avere paura – avrò paura se penserò: “Può mangiarmi”; se invece io pensassi “È solo una tigre imbalsamata” / “È la vecchia tigre del circo TalDeiTali, addomesticata e abituata a farsi fotografare dai bambini” / “C’è un vetro tra me e lei” non proverei timore o impulso alla fuga).

Numerosi esperimenti dimostrarono che generalmente le persone non sono del tutto consapevoli dei Pensieri Automatici, ma che possono imparare a riconoscerli e riportarli. Beck dimostrò che portare il paziente a identificare i suoi Pensieri Automatici (soprattutto quelli negativi) rappresenta la chiave per la comprensione e il superamento delle sue problematiche.

Beck definì questo approccio “cognitivo”, per sottolineare il ruolo centrale svolto dal pensiero.

 

Grazie a studiosi come Watson, Pavlov e Skinner, che hanno focalizzato i loro studi – prevalentemente effettuati attraverso esperimenti sugli animali – sul comportamento osservabile, e sui meccanismi che regolano le risposte di animali e persone agli stimoli ambientali, è stato possibile applicare al campo della sofferenza mentale una serie di tecniche di modificazione del comportamento, di diretta derivazione dalla ricerca sperimentale, il cui insieme è ora definito “terapia comportamentale”. La caratteristica di queste metodologie è la misurabilità dei risultati e dell’efficacia, che ha permesso di stabilire precise indicazioni tra categorie di problemi e tipo di tecnica (nevrosi d’ansia e fobie, problemi di comportamento e apprendimento nei bambini, enuresi ed encopresi, riabilitazione di soggetti con handicap fisici e psichici).

 

Attualmente l’approccio è conosciuto come “cognitivo-comportamentale” perché affianca a interventi più squisitamente logici/dialettici/cognitivisti diverse tecniche derivate dalla ricerca comportamentista.

Fin dalla nascita le varie correnti cognitivo-comportamentali hanno sottolineato la necessità per la psicologia e la psicoterapia di avere una base sperimentale e usare un metodo scientifico, collocandosi all’interno delle scienze naturali. Una delle caratteristiche più interessanti di questo insieme di tecniche e delle teorie sottostanti è inoltre l’apertura alle innovazioni provenienti sia dalla ricerca scientifica sia da altre correnti di studio sulla psicoterapia (quali le teorie psicodinamiche o sistemiche). Ne è un esempio la recente attenzione e il tentativo di integrazione all’interno della psicoterapia cognitivo-comportamentale di importanti fattori terapeutici, quali le dinamiche del rapporto tra terapeuta e paziente e il peso degli aspetti interpersonali e familiari sulla sofferenza individuale.

La terapia cognitivo-comportamentale si fonda quindi sui risultati della ricerca di base, e valuta la sua efficacia mediante ricerche sperimentali.